Ricordiamoci di non dimenticare, di Raffaele Dessì

Dopo esserci confrontati tutti insieme e grazie alle informazioni che ho ricevuto anche a scuola, durante la Giornata della Memoria, ho imparato che a causa dell’Olocausto furono deportati milioni di persone di ogni orientamento religioso, provenienza e cultura. A prescindere da chiunque fossero stati nel corso della loro vita precedente, questi innocenti venivano caricati su grandi vagoni treno e poi portati nei campi di concentramento. Qui, dopo una selezione, donne, uomini e bambini venivano separati e spogliati di tutto ciò che avevano. Non soltanto denti, capelli, occhiali, scarpe e vestiti: ai deportati fu levata persino la loro identità. A ciascuno venne attribuito un numero, marchiato a fuoco sul braccio, e con questo numero venivano chiamati per lavorare oppure essere uccisi nelle camere a gas.

Spesso i bambini furono sfruttati come cavie da laboratorio. Per sfuggire a questa vita infernale, in cui si era trattati molto peggio di quanto non venissero trattati gli animali, in molti scelsero di suicidarsi gettandosi contro il filo spinato che circondava il campo.  Quando ho sentito parlare di tutto questo, mi sono chiesto se la gente si sia mai soffermata a pensare a come sia stato possibile e a quanta disperazione quelle persone debbano aver provato. Non riesco neanche a immaginare cosa possa significare vivere ogni giorno in questo modo soffrendo la fame, il freddo e ogni genere di malattie e violenza. Io penso per questo che non dovremmo mai dimenticare questa persone e che la memoria debba sempre essere mantenuta viva, anche nei confronti degli anziani. Saremmo noi giovani a doverci prendere cura di loro e dei loro racconti, così che tutto il loro sapere non vada sprecato e non finisca quando loro se ne saranno andati.

Vi vorrei dire la poesia sulla Shoah che ho scritto a scuola per la docente di religione:

 

Mi fa male la mente

A pensare a tutta quella gente

Martoriata e maltrattata

Con uno schiocco di dita

Raffaele Dessì

Autore dell'articolo: Francesca Virdis

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