Pillole di diritto: “Pas”, ovvero i figli del dolore

Mi chiamo Riccardo, ho 13 anni e da circa sei sono “separato”. O meglio, tecnicamente, ad essere separati sono i miei genitori, ma di fatto lo sono anch’io. Sono separato da mio padre, dai miei nonni paterni, dagli zii, dai cugini. Penserete che mia madre sia  una donna cattiva che ha “separato” il figlio dal padre e da tutti i suoi parenti.

Ma non è così.

Mia madre è solo una donna che ha sofferto tanto per la fine del suo matrimonio. Lei, che sognava la famiglia perfetta, un giorno ha letto casualmente un messaggio sul telefonino di mio padre e da lì è iniziata la fine di tutto: le feste tutti uniti, il Natale con i parenti paterni e la Pasqua con quelli materni, le vacanze estive con mamma e papà.

Io, a dire il vero, avevo capito molto prima di quel giorno in cui la mamma scoprì quel messaggio che qualcosa sarebbe cambiato per sempre nelle nostre vite. Papà era sempre distratto, assorto. I miei non litigavano più su chi dovesse portare fuori il cane. Semplicemente a casa regnava l’indifferenza, che poi è stata il preludio della fine. Dopo la separazione dei miei genitori, mamma non mi ha mai detto “tu da tuo padre non devi andare”. Solo che i primi tempi, quando vedevo il mio papà ogni martedì e  giovedì, come stabilito dal Giudice , quando rientravo a casa dovevo fare i conti con la sofferenza negli occhi di mia madre. Mi abbracciava forte e quasi in lacrime mi diceva quanto le fossi mancato. Quel primo anno, mamma stava tutti i martedì e i giovedì a casa da sola, ad aspettare il mio rientro. Così, per rendere più sopportabile il suo dolore, ho iniziato a dirle che io da papà non ci volevo andare, che volevo stare con lei. Inizialmente la mamma ha provato a dirmi che “dovevo” perché l’aveva stabilito il giudice. Solo che io lo  vedevo il sollievo nei suoi occhi quando mi rifiutavo… E lei,  aveva già sofferto così tanto…

Un giorno, di rientro dall’appuntamento con il suo avvocato, mia madre mi disse che se non ci fossi voluti andare da papà,“ non avrei potuto essere forzato ”. E così pian piano, ho smesso di andarci. Dapprima solo i martedì. Poi anche i giovedì. Ho smesso così di vedere papà, i nonni, gli zii e i miei cugini. Mio padre allora si è rivolto al suo avvocato ed è stata avviata una nuova causa tra i miei genitori, solo che stavolta non si parla della loro separazione e divorzio, ma solo di me.

Ho sentito mamma raccontare alla zia Pina che papà avrebbe detto al Giudice che soffro  di PAS, ovvero di “sindrome dell’alienazione parentale”. Praticamente papà è convinto che la mamma mi abbia fatto il lavaggio del cervello ed è per questo che io rifiuto di vederlo!  L’avvocato ha spiegato alla mamma che  l’alienazione parentale è un concetto giuridico e non clinico e che i giudici si servono di un consulente tecnico d’ufficio per indagare sull’effettiva motivazione del figlio nel rifiutare un genitore. Tuttavia, i casi in cui i Tribunali italiani l’hanno riconosciuta ad oggi, sono i casi più evidenti (come ad esempio l’uso costante di espressioni denigratorie o accuse infondate verso l’altro genitore ), ma c’è una zona per così dire ” grigia” in cui l’alienazione parentale c’è, ma non si vede.  Se si resta in superficie.

Mamma invece non mi ha mai detto che da papà non ci dovevo andare e parla male di lui solo quando pensa che io non possa sentirla.

L’ho deciso io, di non vedere più il papà, perché non potevo sopportare di vedere la mamma così triste il martedì e il giovedì. Né potrò dimenticare le sue lacrime a tavola, di punto in bianco, quando raccontai pieno di euforia della gita in barca fatta quella domenica  con papà e la sua nuova fidanzata.  O quella volta che avevo la febbre e le ho confidato che mi mancava il papà. Così per non vedere più il suo sguardo triste, le sue lacrime, ho rifiutato di vedere papà. D’altra parte, io papà lo odio, perché ha distrutto la nostra famiglia. Solo che un giorno, mentre la mamma raccontava alla sua amica Paola quanto sono stati importanti i suoi genitori, cioè i miei nonni materni, nel momento più buio del dolore, un pensiero si è insinuato nella mia mente: “ Beata te mamma, forse io un giorno non avrò il mio papà su cui contare, se la vita mi riserverà un brutto dolore”.

 

I nomi come sempre sono frutto della fantasia. Le situazioni purtroppo no.

Quando sento dire che i figli di genitori separati sono “problematici”, sorrido sempre per la banalità dell’espressione.

Problematici sono solo i figli del dolore.

 

Avvocato  Monia Marrocu

 

 

Autore dell'articolo: Francesca Virdis

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